Isola di Procida dal mare

Procida tra meraviglia e leggenda

Data
Pubblicato il 
08 giugno 2021
AutoreEmanuela Esposito

Nelle acque del Golfo di Napoli, tra le isole flegree e l'area marina protetta del Regno di Nettuno, vi è una piccola isola che affascina tutti con le sue meraviglie: la spettacolare Procida, orgoglio partenopeo, eletta capitale della cultura 2022.

Meta tanto amata dai turisti, Procida stupisce i propri visitatori con gli allegri colori pastello delle case dei pescatori e i suoi spettacolari paesaggi e tramonti. Ricchezze che hanno ispirato letterati come Elsa Morante che la descrive nella sua Isola di Arturo e registi, come l'amato Massimo Troisi che girò sull'isola molte scene del celebre film Il Postino. Ciò che affascina di Procida sono anche le misteriose leggende e gli incredibili racconti, nati in un tempo indefinito che fanno ormai parte della storia dell'isola.

L'origine del nome Procida: tra storia e credenze

Il nome dell'isola di Procida è rimasto invariato per lungo tempo. Diverse sono le ipotesi legate alla sua origine, che ancora oggi appare come un irrisolvibile mistero. I Romani la chiamavano Prochyta, che deriverebbe da Prima Cyma, ossia prossima a Cuma. Secondo questa ipotesi, il nome stava ad indicare non solo la posizione geografica dell'isola ma anche come questa doveva apparire agli occhi dei naviganti.

Chi giungeva dal mare infatti vedeva questa piccola isola dietro cui si stagliava la terra partenopea. Così, secondo alcuni, l'isola fu colonizzata dai greci ancor prima che venisse fondata Cuma. In una ricostruzione del filosofo Abbate Scotti, nato a Procida nel XVIII secolo, invece, l'appellativo Prima Cyma o la sua abbreviazione Pro Cyma, sarebbe potuto derivare dalla storpiatura di un termine ebraico o aramaico che indicava la vicinanza dell'isola non a Cuma ma alla Cima, quella di Capo Miseno, che si erge proprio dietro le sue spalle.

Secondo ipotesi formulate al tempo dei Greci, il nome dell'isola deriverebbe dal termine pròkeitai, ossia giacere, così come appare la piccola terra vista dal mare. Geologicamente Procida è una terra di origini vulcaniche, nata a seguito dei movimenti della terra causati dalla forza dell'attività magmatica di ben sette vulcani. Dalla conseguente deformazione della crosta terrestre pare sia emersa Procida, il cui nome sarebbe da ricercarsi dal verbo greco prochyo: da qui il termine proikeein, ossia profusa, sollevata o messa fuori dalla profondità degli abissi.

Procida nella leggenda e nel mito greco

Lo storico romano Dionigi di Alicarnasso, detto Dionisio, immaginò una fantastica storia. Durante i suoi studi, infatti, Dionisio si imbattè nel grande poema epico di Virgilio, l'Eneide, che racconta le leggendarie gesta dell'eroe Enea. Nella sua storia la nutrice di Enea si chiamava Procida e morì in mare durante il viaggio che l'eroe compì verso Roma. Così Enea decise di seppellirla su una piccola isola, nei pressi di Vivara, che da quel giorno avrebbe portato per sempre il nome di Procida.

La mitologia greca fornisce ancora un'altra spiegazione all'origine di Procida: la Gigantomachia, una cruenta battaglia avvenuta tra gli Dei dell'Olimpo e i Giganti. Questi ultimi si ribellarono agli Dei e li sfidarono al largo delle coste di Capo Miseno. I potenti Dei riuscirono a sconfiggere i tre giganti e li punirono così: sulle spalle del gigante Tifeo gettarono Ischia, l'immenso Vesuvio, invece, schiacciò Alcioneo. All'ultimo e più piccolo dei tre giganti, Mimante, toccò invece Procida, sotto cui giace ancora oggi.

La leggenda di San Michele Arcangelo

L'isola di Procida era spesso saccheggiata dalle scorrerie dei pirati. Nel 1535 però approdò sulle spiagge di Procida il temuto Barbarossa che mise a ferro e fuoco l'isola. A questo drammatico assedio gli isolani non riuscirono a resistere e si racconta che invocarono l'aiuto del loro patrono, San Michele Arcangelo. Questi accolse il grido dei suoi protetti e discese minacciosamente dal cielo, brandendo tra le mani la sua spada di fuoco. I pirati, spaventati e impotenti di fronte a tutto ciò, non poterono che fuggire via in una tempesta di fulmini che si scagliò loro contro. In segno di profonda gratitudine gli isolani dedicarono al santo l'abbazia che domina Torre Murata.

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